L’amico Beppe ha lasciato un bellissimo commento, in cui ricorda il concerto dei RatDog a Milano, in quel caldo 13 luglio 2002.

Lo riporto qui, dove spero trovi la visibilità che merita.

E va bene, cedo alle reiterate insistenze per raccontarvi il concerto di Bob Weir & Ratdog all’Idroscalo di Milano il 13 Luglio 2002. Accontentatevi, però: è passato molto tempo ed io non sono un critico musicale!

Beh, intanto era una bella giornata estiva e l’Idroscalo è un posto tutto sommato piacevole, non ci sono code per i biglietti perché il pubblico è tutt’altro che numeroso, siamo poche centinaia, nonostante i Grateful Dead e/o formazioni derivate non abbiano mai suonato in Italia. Evidentemente qui non sono così popolari come noi ci aspetteremmo. Vale comunque il detto “pochi ma buoni”, l’atmosfera è rilassata ed i primi a presidiare il posto sono alcuni Deadheads giunti da altri paesi d’Europa e dagli USA, riconoscibilissimi dalle t-shirt psichedeliche/tyedie e da una piccola babele di lingue. Un’esperienza questa che avrei ripetuto in occasione del meraviglioso (no, di più) concerto degli String Cheese Incident, al Transilvania di Milano, nel 2004 : più americani che italiani, incredibile! La grandezza del prato e del palco stridono con lo scarso numero dei presenti, ma tant’è.

Apre il concerto la English Blues Band, veterana formazione inglese della musica del diavolo, davvero bravissimi, convincenti e professionali. Un ottimo inizio.

Al tramonto i Ratdog salgono sul palco alla spicciolata ed attaccano una jam, quasi in sordina, alla fine della quale compare Weir (al solito in pantaloncini corti e sandali) accolto da un applauso unanime. Lui ricambia con un saluto ed in dieci secondi fa’ sterzare il gruppo su “Cassidy”. Bobby canta bene ed il gruppo lo asseconda nel migliore dei modi, ma quando tutti ci aspettiamo l’assolo di chitarra dell’ottimo Mark Karan, Weir tira il gruppo in una gagliarda versione di “Odessa” prima e “Bury Me Standing” poi, due brani dal primo cd dei Ratdog. In “Bury …” la jam prende quota con gli assoli del sassofonista Kenny Brooks e la chitarra di Karan, ma basta uno stop nel riff perchè Weir attacchi improvvisamente “Good Morning Little Schoolgirl”, bluesando mica male. Non si è ancora spenta l’ultima nota del finale che tutti i Ratdog compatti si infilano in “Ashes and Glass” ed è qui che comincia la magia: il pezzo, nonostante di composizione dei Ratdog, è veramente molto deadiano, le chitarre volano in una jam molto azzeccata, il pubblico si fa’ silenzioso per seguire l’evoluzione, si specano i sorrisi e gli sguardi d’intesa tra la gente. Il momento è magico, ma i Ratgod sono già oltre e con un passaggio bellissimo, quasi senza che ce ne accorgiamo, siamo dentro a “China Cat Sunflower”. Ci vogliono almeno due strofe prima che arrivi la reazione del pubblico, ovvero l’applauso di apprezzamento, tanto siamo tutti concentrati e ammaliati. Ma non è finita, perché – come da copione – “China Cat “ si insinua in “I Know You Rider”, quello che tutti ci aspettiamo, compreso un solo di Karan che fa’ comparire l’ectoplasma di Garcia. Ancora sorrisi e sguardi soddisfatti, perfino qualche coro ed applausi a scena aperta sulle strofe più significative (beh, questa la sappiamo proprio tutti a memoria). Il brano sfuma in un assolo di Rob Wasserman, bassista/contrabbassista di livello eccelso (Van Morrison, David Grisman, Lou Reed) che dimostra tutte le sue capacità. (Tra l’altro vi consiglio caldamente di ascoltarlo in coppia con il prodigioso banjoista Bela Fleck, non ve ne pentirete). L’assolo sfuma, un po’ repentinamente, in “He’s Gone” , una versione buona ma non eccelsa soprattutto per i cori un po’ incerti. Ma per tutti noi la canzone ed il suo testo vogliono dire una sola e chiarissima cosa : Jerry Garcia. Avete presente il testo del brano? D’altra parte i Grateful Dead l’hanno sempre suonata quando era mancato un amico, un collaboratore, un musicista vicino al gruppo. E a tutti noi è sembrata dedicata a Garcia. Non facciamo in tempo a superare la commozione che Weir si infila in una jam usando il tema di “The Other One” e ne esce velocemente per cantarci “Dear Prudence” dei Beatles, impreziosita da un bel solo del solito Karan. Ma Weir non stà con le mani in mano e si tuffa in una bella jam che ci riporta al punto di partenza, ovvero “Cassidy”, dove il concerto è cominciato. Il passaggio è bellissimo e sorprendente. Come il successivo. Che finisce in “One More Saturday Night”, uno dei brani più celebri di Bobby. Infatti stasera è sabato sera, ma guarda ! Il concerto finisce così con questo brano energetico, con Weir in versione rocker. Ma ovviamente il pubblico non ci stà ed i Ratdog tornano senza farsi troppo pregare con una bella versione di “Touch of Grey”, il brano che aveva catapultato i Dead in cima alle classifiche americane e ne aveva definitivamente sancito l’enorme popolarità. OK, OK, il pezzo sarà pure “facilino”, ma ancora una volta nel nostro codice di Deadheads il brano ha un significato particolare “ … we will survive … we will get by …”, ovvero la ripresa di Garcia e dei Dead dopo un periodo piuttosto buio. E come quasi tutti i testi dei Dead, anche questo ha un significato sornione e/o onnivalente : “ we will survive … we will get by …”. E allora siamo tutti a cantare e ballare. Weir sorride, si agita, ringrazia, saluta.


Mi hanno sempre affascinato “l’arte del passaggio” e “l’arte della jam” dei Dead, e stasera Weir non ha tradito le aspettative in questo senso, in fondo hanno suonato un’unica suite di 14 brani passando da un pezzo all’altro senza sforzo, talvolta con intuizioni davvero buone e con qualche jam ben azzeccata. E naturalmente il giorno dopo hanno suonato tutt’altro. Mica poco. Quando pensiamo che l’andazzo imperante è la canzonetta insulsa da 3 minuti, ben venga qualcuno che ha una visione libera e creativa della musica. Personalmente darei un voto altissimo a  Jeff Chimenti, il tastierista, che guarda caso è ormai in formazione stabile non solo con i Ratdog, ma anche nella reincarnazione dei The Dead, oltrechè a collaborazioni passate con Phil Lesh. Davvero bravissimo. Bravo, disciplinato e preciso anche il batterista Jay Lane. Mi è piaciuto decisamente meno il sassofonista Kenny Brooks, bravo, ma un po’ fuori luogo nel sound del gruppo, secondo me. Ma si sa, Weir non è uno dalle scelte facili e ritrite, se non fa’ qualcosa di originale a tutti i costi non è contento, quindi vada per il sax. Ultima nota critica : avrei dato molto più spazio a Mark Karan che ha dimostrato di saper “farci sognare” con la sua chitarra e qualche interminabile assolo l’avrei davvero gradito.


Alla fine della serata una birra in compagnia dà la stura ai commenti tra vari capannelli di gente: alcuni amici giornalisti mi confermano che questo dei Ratdog è lo spettacolo più “strutturato” (è un complimento) degli ex-Dead, mentre punzecchiano le ultime esibizioni che hanno visto di Phil Lesh & Friends, a loro dire fin troppo improvvisato e dedito alle jam inconcludenti. Si apre ampio dibattito. Qualche Deadhead americano tira fuori le registrazioni dei Ratdog dei giorni precedenti per far ascoltare come hanno suonato certi passaggi o certe jam, qualche Deadhead italiano sottolinea i momenti più belli dello show. C’è una bella atmosfera di comunicazione e di solidarietà tra “aficionados”. Tutti siamo concordi nel dire che non ne abbiamo avuto abbastanza e tutti speriamo di rivedere Weir o Lesh o i Dead in Italia.

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