Il racconto dell’amico Guerrino – in esclusiva italiana! – di un fantastico fine settimana “newyorchese” per assistere ai tre concerti finali del tour dei Furthur  alla Radio City Hall.

L’occasione è ghiottissima: Allman e Furthur coincidono! Ricordo ancora il titolo della mail che Massimiliano ci manda per segnalarci che nella Grande Mela nel mese di marzo si svolgeranno diversi show di Allman Brothers Band (dopo un anno di pausa dovuto allo stato di salute di Greg riprende infatti nel 2011 la tradizione di Marzo al Beacon Theater) e di Furthur, di cui le ultime 3 date al favoloso Radio City Music Hall. Una domenica pomeriggio passata a casa davanti al computer per cercare i tickets per combinare almeno un paio di date che ci permettessero di vedere entrambe le band nel giro di qualche giorno (cosa non facile da ottenere visto che mi sono mosso con colpevole ritardo) ma ne valeva la pena.

La mattina di giovedì 24 marzo si parte in 3 da Milano è già la sera stessa siamo in platea al Beacon per ABB. Teatro splendido anche se molto kitsch, pubblico quasi esclusivamente maschile, setlist abbastanza inusuale, una Sweet Melissa struggente cantata dallo stanco Greg su tutte e Leslie West special guest per un paio di pezzi che non mi faranno impazzire. L’esperienza è comunque una di quelle che contano: l’energia della città, l’importanza del luogo e lo spessore della band rendono la serata tra quelle da ricordare per lungo tempo.

La sera seguente, venerdì 25, inizierà la trilogia degli show di Furthur (venerdì, sabato e domenica) di cui abbiamo già in tasca solo il biglietto per l’ultima.

Il nostro Hotel è a un isolato dal teatro e già dalla mattina, in giro per la città, una strana forza ci attira intorno al venue sulla sesta caratterizzato dalla famosa insegna luminosa rossa in verticale. Ci presenteremo poi verso le sei di un gelido e tagliente pomeriggio newyorchese integrandoci velocemente alla piccola folla già alla ricerca di biglietti perchè, come tradizione vuole, è sold out. E così gli show che seguiranno.

Non passa tanto tempo questa volta che Michael ci scorge, occhio sveglio, capisce che siamo italiani (lui ha sposato un’italiana e parla bene la nostra lingua) ci vende un paio di biglietti e ci cerca il terzo : già siamo dentro con la prima birra in mano a vedere la gente che lentamente riempirà la splendida hall del RCMH. Il teatro è veramente molto bello e confortevole. E’ stato costruito nello stesso periodo del Beacon, negli anni ’30, ma ha tutta un’altra eleganza e grandiosità. Già l’anno prima, quando andai a vedere i concerti di Levon Helm e Willie Nelson, mi aveva colpito la sua eleganza armonica con le tre file di mezzanini e le luci rossastre, quasi come quelle di un tramonto. Il locale è poi per noi DeadHead particolarmente importante: è qui che i Grateful Dead nell’ottobre ’80 tennero una decine di date che contribuirono poi alla realizzazione di quel capolavoro assoluto di Reckoning (Live acustico) seguito dal live elettrico Dead Set.

We can share, the women we can share the wine… inizia così la prima serata e ci mettiamo poco a capire che sarà il periodo dei primi ’70 e American Beuty in particolare a caratterizzarla, non solo nella scelta dei brani ma proprio nel mood, nel sentimento. L’acustica di questo teatro nato giusto per la musica è nitida, pulita, abituati alle nostre location appare straordinaria ma è semplicemente normale.

Jack Straw from Wichita …. apre lo show nel modo più classico che si può ed è già un coro unico in tutta la sala, veramente gremita. Siamo solo la primo pezzo ma ci rendiamo conto all’istante che la magia si ripeterà ancora una volta. Segue Mississippi half-step in cui John Kadlecik, l’uomo che ha il gravoso compito di stare al “Suo” posto, si alterna alla voce con il vecchio Bobby. Non si parla nemmeno di sostituire Jerry e, sono certo, nemmeno John Kadlick lo pensa. Ma in quel posto ci stà bene lui e fa stare bene noi. Si passa con mio grande entusiasmo a Dark Hollow, un traditional che mi ha sempre colpito per la sua bellezza circolare e che Bob canta oggi (non come ieri però) in modo caldo e intenso, non mi sembra vero di sentirla ancora oggi nel 2011. E’ qui che quasi ci domandiamo dove siamo mai capitati e a quali sorprese andremo ancora incontro! Seguiranno Stagger Lee, On the road again , Loser fino a una sorpresa inaspettata, Train in vain, la cover dei Clash che non conoscevo assolutamente . Figuratevi se con tutto quello che ha suonato Jerry e gli altri eroi della Baia, posso aver mai trovato il tempo per ascoltare i Clash! Molti in sala non conoscono la canzone ed è l’amico Massimiliano a venirci in aiuto fornendocene il titolo anche se, mi dicono, in realtà la canzone non ha titolo ed è solo comunemente chiamata così. Il set termina con Might as Well, uno dei quei brani, come Deal ad esempio, che Garcia suonava sempre con gioia e carica straordinarie anche se poco presente nelle esibizioni live.

Siamo al break dedicato a una birra, a un primo giro al merchandise per magliette e istant live e, soprattutto, a osservare la gente, la community. Ciò che colpisce è quanto questa gente in queste situazioni sia capace di far andare d’accordo il proprio divertimento e la propria libertà con il più profondo rispetto per gli altri. C’è spazio per tutti: i tapers, i dancers, i listeners, chi beve, chi fuma (non si potrebbe ma è come fermare l’aria), ma nessuna disturba e tutti sono al proprio posto in un ordine casuale ma efficace. Molti si conoscono, si ha l’impressione che si rivedano abitualmente a questi concerti e a me stesso capita di ritrovare Jeff and Jake una simpatica coppia di Dead heads conosciuti l’anno prima al concerto del Nokia Theatre (vedi Buscadero di ottobre 2010). Pier scambia due battute con un anziano DeadHead che, orgoglioso, sibila bene la S di hundreds per fargli capire bene che lui i Dead li ha visti non 100 ma centinaia di volte………..

Si riprende con un registro completamente diverso, con le tonalità nere e torride del blues più autentico. Hard to Handle, Smokestack Lightin’, entrambe da Bear’s choice e omaggio all’ Orso è deceduto proprio in questi giorni, Spoonful preparano gli umori per un secondo set che si trasformerà ben presto in festa grande. Un attimo di rilassatezza con Bird song e si entra in piena Dead Zone: The Other One> Spanish Jam> Eyes of the world. Sul fondo un’ imponente immagine del pianeta sovrasta la band, un’ immagine semplice ma che esalta la platea che si è ormai trasformata in un mare ondeggiante e felice. Dear Prudence precede uno dei miei brani preferiti degli show dei Dead, quella China cat sunflower il cui bridge che la lega a I Know you rider rappresenta spesso una highlight dello show, estasi vera quando tutti cantano il verso liberatorio The sun will shine in my back door some day / March winds will blow all my troubles away….

Si chiude con la classica Not fade away, spesso oggi solo ripetitiva a dire il vero. Il “one more” a gran voce riporta sul palco Phil per l’usuale sensibilizzazione alla donazione degli organi e i ringraziamenti. Touch of Grey è l’encore, con il classico verso We Will Survive che ci manda in albergo felici ma non sazi.

Sabato 26 la folla in cerca di ticket è ancora più densa e non sarà facile. Dopo un po’ ne saltano fuori solo 2, questa volta mi sacrifico, prendo il taxi e corro al Beacon per l’ultimo show degli Allman Brothers Band (eh sì, questa è New York!). Entreranno Pier e Massimiliano che magari un giorno ci racconteranno come è andata. L’istant live comunque ci restituisce uno show completamente diverso da quello della prima serata perchè imperniato sui primi anni della band, perlomeno per il primo set: The Golden road, Viola Lee blues, Alligator, Sittin’ on the top of the world, Cream puff war, tutte pietre miliari degli esordi caratterizzati da quella urgenza espressiva che ancora oggi stupisce e colpisce nelle numerose esibizioni live del 68 e 69. E poi Turn on your lovelight, Mountains of the moon, Dark star. Si vira poi decisi verso la fine dei settanta con Terrapin station, Stella blue, Help on the way; Franklin’s tower. One more Saturday night è la ovvia chiusura dello show del sabato.

La terza sera è quella di domenica 27 e siamo decisamente più tranquilli. Abbiamo già in tasca i nostri tickets acquistati via web quella famosa domenica e i nostri posti ci attendono comodi nel terzo mezzanino. Magari non il terzo perchè è il più alto ma direi che dal primo mezzanino si vede ancora meglio che in platea e ne terremo conto per la prossima volta, se mai avremo la fortuna di avere un’altra occasione. Fuori dal teatro ritroviamo il caro Michael che, informatissimo, ci anticipa che Elvis Costello sarà lo special guest della serata. Tutto confermato, anzi troveremo sul palco via via durante lo show Larry Cambpell (chitarrista di Dylan in molti album e membro stabile della Levon Helm Band) la moglie Theresa Williams, anche lei nella Levon Helm band e, infine, Diana Krall, pianista e moglie dello stesso Costello (questa è New York n.2).

Ancora uno show diverso, retorico dire che in 3 serate non è stato ripetuto nemmeno un brano. Apre Samson & Delilah, la cover inedita è Chest Fever della Band che riconosciamo come tale solo dopo uno scambio di impressioni con un Deadhead della prima ora. Entra poi Elvis Costello con cappello ed occhialoni, per Tennesse Jed.

In un medley di grande eleganza e musicalità scorre il meglio della musica americana: Ship of fools, It must been have the roses, Cassidy. Ancora lo spirito di American Beauty anima la serata e da cui provengono la maggior parte delle canzoni come Friend of the devil e Ripple (con Diana Krall al piano).

Il break è come al solito dedicato a una birra e alla prenotazione dell’ Istant live.

Il secondo set si apre con Throwin’ Stones seguita da una allucinata Sunrise, cantata da Theresa Williams e forse un po’ troppo lunga. Ma si riparte presto con St.Stephen, The Eleven, il giro felice di Uncle John’s Band, Unbroken Chain (Sing something Phil!), The Wheel. Morning Dew mi stende (è una delle mie preferite di sempre). Qui il protagonista è John Kadliecik che la canta e suona con grande intensità e immensa riconoscenza a Jerry. E noi saremo riconoscenti a lui per il momento che ha saputo regalarci. Sugar Magnolia chiude il set nella felicità collettiva. Vicino a me una gentile americana balla felice e commossa: scopriamo di aver già condiviso uno show dei Dead : Parigi nell’ottobre ’90 per l’ ultimo tour europeo della band più autorevole d’America.

Phil rientra sul palco per l’accorato appello in favore della donazione degli organi, per ringraziare il pubblico e la città per queste tre splendide serate e la promessa di tornare presto. Seguono tutti gli altri e Bobby intona una intensa Days between, un momento particolarmente emozionante. Nessuno ha voglia che finisca qui, tanto meno loro. Il primo a capirlo è Pier che urla felice: questa sera non finisce qui, si và avanti! Ancora due parole di Phil e parte subito infatti una jazzata e jammata Fever guidata da Diana Krall al piano e voce solista. Band e ospiti al gran completo sono tutti sul palco e via via si alterneranno per qualche verso. Una corale Attics of my life è la chiusura del triplice encore e delle tre serate al favoloso Radio City Music Hall.

Salutiamo i deadhead vicino a noi con i quali abbiamo condiviso queste magnifiche 3 ore (sono canadesi e si domandano come faranno il giorno seguente a presentarsi al lavoro per tutto quello che hanno bevuto) e stanchi ma felici ci mettiamo diligentemente in fila per ritirare la nostra copia del live della serata.

Ancora una volta il miracolo si è ripetuto: There’s nothing like a Grateful Dead concert!

Un grazie a Massimiliano per la traccia che mi ha aiutato a ricordare la cronologia dell’evento.


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